Recensione Outlander Episodio 410: The Deep Heart’s Core

Le conseguenze della collera sono molto più gravi delle sue cause.” (Marco Aurelio)

Che si sia d’accordo con l’imperatore oppure no siamo giunti nel profondo delle scelte, nel momento in cui quello che abbiamo commesso torna a galla. Perché nulla resta sepolto per sempre, se i corpi dei Pompeiani tornarono alla luce dopo quasi duemila anni, allora nulla di quel che accade resta incognito per sempre. Certo, un’azione compiuta dovrebbe avere il suo premio o la sua punizione nell’immediato, almeno in un mondo se non giusto però equo. Le nostre scelte ci accompagnano sempre e, prima o poi, tornano indietro con le conseguenze. Eccoci al decimo episodio della Quarta Stagione “The Deep Heart’s Core” scritto per noi da Luke Schelhaas e diretto da David Moore. La scena iniziale è quella di una distilleria, in mezzo al verde. Quiete. Tra i rumori del giorno ecco che il Rosso torna, probabilmente immediatamente dopo il pestaggio di Roger, nella sua casa, sicuro di aver agito per il meglio. La prima persona che incontra è Brianna. Che gli domanda, com’è ovvio che sia, che cosa si sia procurato alla mano, in parte fasciata e la replica del padre è che abbia avuto un piccolo incidente, vicino la distilleria. Certo che come minimizzatore di pestaggi epocali Jamie Fraser è un Artista. Ed è uno che coi sentimenti, qualunque essi siano, non ha mai avuto paura di confrontarsi, per questo rivela a Brianna di sapere che cosa le sia stato perpetrato (mi rifiuto di dire accaduto, dal momento che una disgrazia accade, scivolo, cado, batto la testa, vado a strimpellare l’arpa tra le nuvole, ma se qualcuno mi violenta non è accaduto, ma è stato voluto da chi ha commesso l’atto) e le pone una domanda che, in apparenza, sembra quasi banale per quanto è normale (la fanno anche quando si denuncia lo stupro): conoscevi quell’uomo? E mi è venuto in mente che lui conosceva Black Jack. Che molte di noi conosco chi infligge loro violenza e, lo stesso, questo non ci salva. Brianna segue suo padre nel controllare le trappole, guardiamoli, rossi entrambi, nel tentativo di avvicinarsi anche con l’inavvicinabile di mezzo. Brianna nemmeno è una che ha paura, in questo è sia una Fraser che una Randall. Non dimentichiamo mai da chi sia stata cresciuta. “Mi odi Pà?” e ovviamente non la odia suo padre, ma lei si, si che si odia, come ogni vittima. “Non desideravi certo una figlia incinta senza essere sposata”. Questo non è Jamie, questa è Bree che pensa al posto di suo padre, il quale, senza dubbio, oltre ad essere una persona raziocinante e scevra da pregiudizi, ed è raro anche oggi, è anche una vittima di abuso, quindi si è interrogato a lungo su tante cose. Lo ricordiamo il suo dolore quando ammette che ci sono stati momenti in cui il suo corpo sembrava staccato da lui e godeva? L’ho detto altre volte e non mi tiro indietro nel ripeterlo: ci sono reazioni chimiche e meccaniche in noi che possono scattare anche se vittime di violenza. Non vuol dire, e non lo vorrà dire mai, che ci sia piaciuto davvero. Brianna deve sposarsi, questo è fuori di dubbio dal momento che è incinta. Ma lei non vuole perché è innamorata di un altro, della sua epoca (Lo Storico vero?) e il suo timore è che Roger non la voglia dopo quanto le è stato inferto. Ma suo padre, che ha molto spirito e un cuore enorme, tra un controllo di trappole e il successivo, le esprime il proprio pensiero: se è un uomo d’onore, ti vorrà, se così non fosse, non ti merita. La sua dolcezza nello scherzare, viaggerò nel tempo per dirglielo, non consola Brianna che, oramai satura, inizia a buttare fuori tutto quello che lei pensa di sé: sono una stupida, potevo evitarlo (è la versione personale del collettivo: te la sei cercata), l’ho seguito in una stanza buia di mia volontà ( e questo mi fa pensare ad un articolo letto oggi in cui l’attrice Jacqueline Bisset stigmatizza il movimento #metoo affermando che se sali in camera di un uomo alle due di notte te lo devi aspettare che ti molesti o che se ti metti un vestito provocante ti devi aspettare che ti dicano oscenità. Al di là dei meriti artistici di Madame Bisset quello che trovo orripilante è che questa è la mentalità che avalla una cultura dello stupro, insomma, alla fine, te la sei voluta…Se io salgo nella stanza di uno, alle due di notte, posso anche aspettarmi che mi chieda di rimboccargli le coperte, che si sfoghi con me verbalmente sui suoi guai, che si giochi a freccette, non devo in nessun modo, non per stupidità ma per rispetto, aspettarmi che mi violenti. Non regge nemmeno il paragone con il domatore che mette la testa nelle fauci del leone, perché un essere umano è, a conti fatti, un tantino più razionale di un leone?), suo padre le risponde che non è colpa sua, tu non eri lì, avevo paura, giustamente, sarei dovuta scappare, non sono stata coraggiosa e via discorrendo e per quanto Jamie le opponga lei continua: mi odio, è colpa mia. Il padre, lo vediamo nei magnifici occhi azzurri di Sam, le dà ragione e lei ha quell’espressione in cui ci si rende conto che aver ragione non sia poi questa cosa meravigliosa. E lui continua, si, la provoca, le dice cose orribili, esattamente quelle che chiunque direbbe, guardate le sue espressioni, la sua irrisione (grande Sam) e il suo tono saccente, accusatorio, che sporca e guardate, man mano, quella che prima si crogiolava nel dolore, la colpa è mia, come man mano muta, osserviamo il suo viso, la percepiamo a pelle la rabbia e quando è troppo lei scatta, ma suo padre la blocca, la immobilizza e la porta ad ammettere che non avrebbe potuto fermare né lui né lo stupratore. Brianna ha un crollo e cade direttamente nella realtà: lei è la vittima. Ma la rabbia che c’è è genuina e và vissuta, possibilmente con qualcuno accanto, perché è la rabbia che tutte le vittime provano, nessuno resta inerte a meno che non sia impossibilitato a reagire. Quel che dice Jamie è fondamentale: spesso la vittima non reagisce a quello che cataloga come male minore, lo stupro, per paura del male maggiore, la morte. Bree è una Fraser, ha la lingua di sua zia Jenny. La domanda che pone al padre è se lui provò ad opporsi a Black Jack. No, giurò di non farlo (e sappiamo che cosa volle dire) in cambio della vita di Claire e lo rifarebbe. Leggiamo nei suoi occhi il dolore provato, ma che ha, almeno, salvato una vita amata. Il dolore provato da Bree invece? È fine a se stesso. È un macigno che le grava sopra. Quando parlano di uccidere chi ha perpetrato loro violenza mi sono messa lì seduta e ho ascoltato, solo ascoltato, perché dinanzi a questo non c’è parola che si possa pronunciare che non sia superflua. Levare la vita ad un uomo, che cosa ti rende? Il mio onore. Ma, alla fine, la vendetta non sembrava più così importante. Perché l’orrore, quando dilaga, rende tutto più piccolo o, almeno, lo colloca in un posto diverso con un peso minore. Centinaia di uomini morenti e l’unico che ripara Jamie dall’assideramento, in quel gelido e nevoso aprile, è il suo più cruento nemico. E quando lei asserisce d’esser convinta che se Bonnet morisse, forse dimenticherebbe, suo padre la coccola ma le dice la verità, com’è tipico suo: non dimenticherai, il tempo lenirà, guarirà le tue ferite, ma non dimenticherai. L’abbraccio di Jamie a sua figlia, le carezze, ci donano un sorriso carico di sollievo, dopo tanto dolore. Lo stesso sollievo non può provarlo il prigioniero Roger, che Ian ha portato incosciente al campo dei Cherokee e quelli lo hanno venduto ai Mohawk (che molti in Italia confondono con i Mohicani, per capirci quelli del romanzo di Fenimore Cooper, provenivano dalla provincia di New York ed erano stati, in vicende alterne, alleati ora dei Francesi e ora degli Inglesi e al momento in cui Roger è prigioniero lo sono ancora). Mentre i Mohawk si muovono, a cavallo, imponenti, osserviamoli bene: il nostro immaginario ci mostra sempre Nativi capelloni, che vivono in tepee perché l’industria filmica ha tipicizzato “l’indiano” esclusivamente come quello delle praterie, delle pianure, cioè a dire la Nazione Lakota, Dakota, Nakota, i Cheyenne ecc… Mentre essendo 500 Nazioni sono ovviamente sparsi in qualunque habitat presente. Osserviamo il loro vestiario, il loro armamentario, sono commistioni evidenti con i coloni, del resto commerciano e si schierano apertamente con gli invasori, pur mantenendo, in sostanza, la propria libertà. Ancora. Il tamburo scandisce la marcia dei nativi, coi due prigionieri al seguito, entrambi in condizioni pietose. Caleb cade, Roger interviene, non dimentichiamo che oltre ad essere un uomo retto è anche un “moderno” e il Mohawk in rosso lo picchia: tu non devi parlare. Questo abbatte anche l’ultimo pregiudizio settecentesco sul “buon selvaggio” mito fatto a uso e consumo dei colonizzatori “bianchi” che classificarono come allo stato di natura e quindi buono chiunque fosse pacifico, snaturando del tutto un essere umano che non è un Puffo, non è mai tutto buono o tutto cattivo. In un film che amo molto, pure se fa parecchio male, uno dei personaggi dice “Tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato ad essere”. Che lo sentiate vero o meno, ci si potrebbe parlare per ore, mi ricorda di continuo che le nostre radici sono quelle che ci nutrono. Positivo o negativo che sia. Flauti, tamburi, bellezza, guerrieri, poveracci, foresta. Mi sono sembrati così naturali quei Nativi lì che ho pensato: perché? Perché, di fondo, era casa loro. Adoro questa serie tv per molti motivi, uno dei tanti è che non temono di presentare le cose per quelle che sono. La vediamo la fierezza e la possanza di questi Mohawk? Non esistono più così, li abbiamo sterminati. Si accampano, accanto ad un lago e uno di loro racconta un mito. Tutti ascoltano, la storia, comunitaria più che singola, le radici, la cultura erano tramandati coi miti. Quelli che alcuni di noi deridono come favolette sono la struttura portante di una civiltà. Ne abbiamo anche noi, abbiamo dimenticato il loro sapore. Il fatto che i miti di molte Nazioni native siano riferiti a Donne è dato anche dalla realtà matrilineare di molti clan. Nella notte mentre La Donna Cielo si fa strada tra quegli uomini, Roger che ha intrecciato una cordicella con la quale conta i giorni, è martedì e sono passati sette giorni da quando è stato venduto ai Mohawk, spiega a Caleb che lo fa per tenere conto delle distanze e capire dove arriveranno. Diretti verso Nord hanno percorso circa sedici chilometri al giorno, che per sette giorni sono qualcosa come cento dodici km. A piedi, in quelle condizioni. Roger è uno storico, sa calcolare distanze e direzioni, se serve. È deciso a scappare, per tornare da sua moglie e la battuta sul laccio più lungo, da parte di Caleb, che porta Roger dal riso al pianto, entra nelle nostre menti e scava a fondo. Perché ci rendiamo conto che Roger ha la sua volontà, un laccio per segnare i giorni e i punti di riferimento, poi non ha più nulla. Nella stessa notte, accanto al camino, in una scena madre & figlia molto intima, Claire illustra, con una pena e con una dolcezza che arrivano direttamente dal profondo del cuore, l’impossibile ma reale decisione di abortire, i problemi legati al farlo lì, mentre farlo in un ospedale “moderno” sarebbe diverso. Glielo presenta come un’opzione e sua figlia, che è metà lei e metà Jamie, non ha esitazioni nel chiederle che cosa avrebbe fatto Claire al suo posto? Lo ha mai considerato come opzione? No ovviamente, perché Brianna è la figlia dell’uomo che ama e che la voleva, esattamente come lei. Ci sono poi altre controindicazioni a tutto ciò: il bambino potrebbe essere di Roger e Bree dovrebbe sbrigarsi a passare attraverso le Pietre, perché una madre col figlio in grembo passa, lo sappiamo, quasi senza rischi, ma col figlio in braccio? Lei da una parte e il figlio dall’altra? Oppure entrambi nel posto desiderato ma il bambino morto, perché potrebbe non farcela? Le domande, le troppe domande, agiscono come piccoli pugnali su una Bree quasi in stato catatonico, le emozioni stanno avendo la meglio su di lei. Qualunque cosa lei decida deve farlo ora. Al mattino dopo, un innamoratissimo Ian aiuta Bree coi secchi dell’acqua e quando padre e figlia, da quella considerazione, scivolano con lo sguardo su Claire, ecco che torna il triangolo. La frase di Jamie su Claire e sulle radici che metterebbe in un giardino, ci fanno fare due considerazioni: è stata molto amata, anche Frank lo diceva di lei, ed è la perfetta guaritrice di campagna dei secoli scorsi, leggiamolo nel commento di sua figlia: ho sempre pensato che ci avrebbe lasciato per andare a vivere da sola nei boschi. Jamie cerca di scusarsi, preoccupato che Bree gli attribuisca la responsabilità di averla lasciata per tornare da lui, ma Brianna lo ferma: non solo è contenta che Claire lo abbia fatto, ma lei stessa è venuta anche per cercare Jamie. Non solo sua madre. E dal sorriso di Claire che vede sua figlia iniziano idealmente giorni felici, in cui padre e figlia cementano sempre di più il loro rapporto. Così come madre e figlia in quel delizioso gioco in cui elencano quel che manca loro del ventesimo secolo. Ma la notte non porta solo consiglio, anche, purtroppo, incubi. E se in metà di quelle immagini c’è il sollievo, nell’altra c’è l’orrore ma è Lizzie, invocata da Bree nel sonno, che la sveglia. E siccome questo è Outlander sappiamo che non c’è mai risparmiata, e in fondo va anche bene così, la possibilità del ritorno alla realtà. Altrimenti detto: iniziano i guai e le rese dei conti. Come? Era solo un altro incubo, dice Lizzie, con il sole che splende e gli uccellini che cinguettano. “Era lui?” è solo il primo sassolino della valanga che cade giù e travolge l’intera costruzione familiare idilliaca dei Fraser. Nella sua ingenuità, come sappiamo, Lizzie crede di aver visto il violentatore, ovvero sia Roger. Le rivela che lui sia stato lì, che lo ha indicato a Jamie, che lo ha quasi ammazzato di botte e Ian lo ha portato via. Sembra tutto perfetto. Ma come può Lizzie sapere chi fosse? Perché lo ha visto con i suoi occhi…Quando, visto che nella locanda al momento dell’aggressione da parte di Bonnet lei era in camera? Ecco qui il nodo dal quale scaturiscono i dolori, il fraintendimento che come le cose sepolte, torna a galla, nel modo più ingenuo e sincero possibile. Nel panico di Brianna e nel suo orrore cade anche Lizzie e mentre i Fraser vivono un meraviglioso risveglio parlando del mosto, ecco che quello che era sepolto, dal più profondo, emerge: Bree irrompe come una furia e la scena che segue è di una bellezza che ferisce. Succede tutto sulle parole, ascoltiamoli: sei stata con lui per desiderio e hai accusato lo stupro solo dopo che sei rimasta incinta (ed ecco la Bisset, non vi pare?) e lei che urla ipocrita bastardo è stato un altro a violentarmi. E’ tutto vero? Ahimè si Rosso, hai picchiato l’uomo sbagliato. Ora che sia un selvaggio può anche esser vero, Jamie che crede di difendere l’onore della figlia, violentata vergine e quindi che agisca con maggiore rabbia è quasi ovvio, conoscendolo. Qui entriamo nel campo delle ipotesi: se avesse saputo che era sposata con Roger, se avesse saputo che era stata violentata non vergine si sarebbe forse scagliato con minore violenza sul presunto stupratore? Violare una vergine era una cosa terrificante e, in termini legali, anche un enorme disastro per la famiglia, che non poteva più far sposare la ragazza, con relativa vergogna, ecc… Jamie è figlio di questa mentalità e, inoltre, quella è sua figlia. Questo perché come detto la volta scorsa non biasimo lui per quanto successo, ma, per una sola volta, l’Autrice. Forse se Brianna avesse visto Frank davvero arrabbiato quando picchia selvaggiamente la persona che tenta la truffa per rapinarlo mentendogli con notizie su sua moglie appena rapita, la penserebbe diversamente, ma le cose che non sappiamo sono, in genere, quelle che ci condizionano assai di più di quelle che conosciamo. La quasi ovvia domanda di Ian, chi è stato, allora? Fa calare su tutti loro lo spettro di Bonnet. Guardiamoli in viso, orrore e rabbia. In ognuno di loro. Di più e in misura maggiore su Jamie, che ha graziato Bonnet facendo si che quegli li aggredisse e, poi, che fosse ancora vivo per violare sua figlia. Immaginiamo la sua rabbia, il suo dolore, il suo biasimo per se stesso? E non risuonano forse per lui le domande che Bree poneva a sé, nel bosco? E ora chi consola Jamie? Il pugno in viso a Ian è una cosa magistrale, come tutto quello che dice Brianna, la quale ha sacrosantamente ragione, è vittima due volte, ma li vediamo loro? Hanno sbagliato tutti in buona fede. Quel “Non hai diritto di essere più arrabbiato di me” è così Fraser che non servono i capelli rossi a dargli forza e sostanza, sembra di vedere Jamie (e nei libri Bree è praticamente Jamie) e anche i litigi tra Jamie e Jenny. Fraser, cocciuti e testardi. Ora come facciamo a riprenderci Roger? Poteva diventare la domanda del secolo, invece, diventa quasi una condanna a morte per Bree, i Mohawk erano di passaggio e vivono a quasi mille chilometri (Claire dice a settecento miglia, calcolando che un miglio è qualcosa come un km e mezzo, la distanza è molta). In realtà non sono ancora così lontani, coi calcoli di Roger ci manca parecchia strada, che però Caleb non farà. È morto e i guerrieri lo spostano come un peso inutile, mentre quello che Roger è costretto a seguire gli annuncia che andranno più lesti. Anche ammettendo qualche chilometro in più, non sarà mai molta strada, ma si tratta pur sempre, come minimo, di due settimane di vantaggio. E con un uomo nelle condizioni di Roger ogni ora è preziosa. Fortunatamente per lo Storico, si spiega Ian, i Moahwk sono spietati ma con onore, di solito rimpiazzano i loro morti con altre persone pur non native e Roger potrebbe non dover essere ucciso. Davanti al fuoco la famiglia Fraser è tutta riunita. Anche Murtagh in disparte, che non dice nulla, ma è lì, silente e forte, all’occorrenza. Al suo solito. Bree non vuole che Jamie e Ian vadano da soli, loro saprebbero capire chi ha comprato Roger dal pendente che Ian indossa, ma Bree vuole accompagnarli, però è incinta e tra andare e tornare, spiega Jamie, ci vorrebbero quattro mesi. Non è possibile. Claire chiama sua figlia, che ha sangue Fraser nelle vene ma anche la testardaggine di sua madre, e mentre le chiede spiegazioni, non ha ancora deciso se tenere o meno il bambino e già organizza spedizioni, ecco che Bree le spiega che terrà il bambino, giacché c’è la possibilità che sia di Roger e anche se non lo fosse, lo amerebbe lo stesso, ne è certa. Tanto di cappello, come si suol dire, ci sono figli meno amati di questa creatura e sono stati generati in condizioni meno terribili. Brianna però vuol restare lì, mandare Claire con Jamie e Ian non solo perché non si fida di loro, e Jamie faticherà per tornare a guadagnare la fiducia di sua figlia, ma perché Roger li ha visti e chiaramente se dovesse trovarseli davanti scapperebbe, quindi la presenza di Claire, oltre perché medico, è un tocco di genio da parte di Bree. Però sua madre non intende minimamente lasciarla lì sola, ricordiamo il pericolo da lei corso nell’epidemia di morbillo? Che si fa? Pensa a qualcosa! Dice Bree a sua madre ma è suo padre che trova la perfetta soluzione: mandare Brianna e Lizzie da Jocasta. Le accompagnerà Murtagh e, in una decisione quasi da consiglio di guerra, Bree intima a tutti di riportarle Roger. A Jamie esce fumo dalle orecchie e, poverino, tenta di addurre ragioni con sua moglie: mi avevate detto che era partito e tu avevi detto di aver colpito un albero, non l’ho detto, te l’ho lasciato credere…Ecco, questo sembra un assaggio di venti anni fa, non è così? I tre uomini restano soli col fuoco che getta loro in viso la luce e in quella notte per niente serena Jamie chiede a Murtagh, uccisore del Duca di Sandrigham, se ricordiamo, di portargli Bonnet vivo, perché lo ammazzerà lui. Guardiamo i visi di questi tre e percepiamo tutta la ferocia. Siamo nel 1769, tribunali e Leggi e processi esistono, si, ma non come oggi. Jamie non lo pronuncia senza sentire il dolore e il peso di quelle parole ma anche la loro giustezza. Il tanto desiderato Roger è intento a filare nodi e fare battute (Fammi indovinare, la mia carrozza è arrivata vero?), segno che non vuole arrendersi e in quel mattino stesso Brianna e i Fraser partono. Ma prima c’è tempo per Claire e sua figlia di parlarsi, Jocasta riserverà di certo alla figlia di Jamie ogni cura, dal momento che Claire potrebbe non esser presente al parto, e le chiede, dopo che Bree le dà un bel disegno di Roger, se abbia pensato a che cosa vuole che dica al marito, una volta trovato. Desidera che sua madre dica tutto a Roger, pensava che l’avesse lasciata e invece tornato per lei. Trovando Lizzie, Jamie e Ian. Il bambino potrebbe non esser suo e lui merita di saperlo. Bree vuole che sua madre glielo dica. Mentre tutti sono pronti l’impareggiabile Ian trova il modo di darci un sorriso nella sua goffissima (e anche un po’ menagrama) proposta di matrimonio. Jamie lo caccia via e affronta sua figlia: lo troverò ragazza, non mi fermerò fino a che non lo avrò trovato (e immaginate Claire che lo guarda con pena e amore e che sa che per Jamie la parola è sacra, che cosa stia provando!), hai la mia parola. E sua figlia che è proprio sangue del suo sangue e di quello di sua madre, con tutti i pregi e i difetti, replica: farò in modo che tu mantenga questa promessa. Che bello essere un Fraser eh? Sono certa che a parte il fegato, un po’ di cuore e disturbi da ansia, me la sarei goduta. E, finalmente, la battagliera Bree ha un sussulto: perdonami mamma per averti costretto a lasciarmi. Perché, di fatto, lei sa quanto Claire la ami e separarsi adesso che è anche incinta deve essere un peso enorme per la medica. Gli addii non sono mai tali, sono solo arrivederci, non è così? E nello sguardo di Murtagh a Jamie e di quello di Bree a Claire leggiamo tutto il peso, per una volta in senso affatto positivo, dei legami familiari. Il viaggio dei Fraser è appena iniziato, quello dei Mohawk e di Roger prosegue, ma è un uomo sempre più stanco, sempre più provato, possiamo presumere che acqua e cibo e riposo non siano elargiti in abbondanza se già non minasse la salute, emotiva e fisica la continua ansia della propria sorte nelle mani dei nativi. Le montagne e i boschi che attraversano, sono partiti dal North Carolina e devono arrivare a New York, quindi probabilmente attraverseranno Virginia e Maryland e Pennsylvania, sono quanto di più bello ci possa essere ma Roger è sfinito, la bellezza che lo circonda assume solo i caratteri della prigionia, nella quale tutto è buio, cupo e oscuro. Il giovane Mohawk con la giubba rossa e i capelli blu si ferma per riempire la borraccia e far bere anche Roger, ma quando quegli insiste è scostato di malo modo. Resta pur sempre un prigioniero. Direi meglio uno schiavo, alcune prigionie erano riscattabili, altre erano in tutto e per tutto schiavitù. Man mano che avanzano Roger è sempre più esausto e sul sentiero, che finga o che cada per davvero, si accascia due volte prima di scivolare giù. Cade lungo una parete scoscesa e rischia di perdere una mano, rimasta legata con la corda, quel viola della sua mano mi ha messo ansia, mi sono chiesta en passant di chi fosse. I guerrieri, Roger urla, lo tirano su e lui ne approfitta, ora che il peso del corpo non grava più sul polso, per sfilarsi e rotolare giù. Riavuto dal rotolamento, si alza, intontito ma abbastanza lucido da scappare e i Mohawk, ripresi dal contraccolpo, sparano, mancandolo e poi si gettano all’inseguimento. Confesso che, pur avendo letto la saga, ho temuto per Roger, vedere i Mohawk (spietati, ma con onore) rincorrere ferocemente e con maggiore forza, perizia e agilità un poveraccio esausto e senza lo stesso allenamento mi ha indotta a credere che lo avrebbero preso e ridotto assai peggio di quanto fatto dal suocero. L’inseguimento è mozzafiato, io continuavo a dire: Roger guarda avanti, ve lo dico, ma alla fine il nostro Storico che ha una mente di prim’ordine, sfrutta un masso e un cespuglio e si nasconde, mandando i due guerrieri al suo inseguimento completamente a vuoto. Che bello quel rallenty e quel guizzare subito dopo di preda e predatori, ha dato tutta la possibilità di percepire esitazione e caparbietà. Nel volgere della sera Brianna arriva a River Run con Murtagh e Lizzie, la tenuta di Jocasta è uno splendore, come sempre e trasmette pace e solidità, esattamente quello di cui tutti abbisognano adesso. Nella opulenza dell’ingresso è il fido Ulysses che riceve i due e Murtagh, dopo la breve risposta, fornisce una lettera. All’epoca funzionava tutto con lettere e missive, erano fondamentali, senza telefono, computer e ammennicoli vari, il ritrovato più rivoluzionario era il giornale, quello più usuale la lettera. Ulysses riconosce il sigillo e introduce la figlia e il padrino di Jamie dalla zia. Il povero maggiordomo prova a leggere la lettera ma Murtagh lo interrompe, introducendosi da solo e questo scatena la gioia di Jocasta, sorella di Ellen Caitriona Sileas MacKenzie Fraser, la Rossa, che accoglie il vecchio corteggiatore di sua sorella con spirito e gioia e ne riceve altrettanto. Mentre respiriamo un po’ di Scozia ecco che Bree si muove e Jocasta la individua: chi hai portato con te? Brianna, la figlia di Jamie e Claire, da Boston. Nemmeno ora la lettera sarà letta perché alla sollecitazione di Jocasta è Bree stessa che dice: vi dirà che sono incinta e non sposata e vi chiede di prendervi cura di me nonostante la macchia che questo potrebbe portare al vostro buon nome, mentre mia madre e Jamie cercano l’uomo col quale ho fatto handfasting, che potrebbe esser morto, non siamo sicuri, più o meno questo. E la faccia di Ulysses vale tutto l’episodio. Ora tutto è nelle mani di Jocasta. Di questa forte, imperiosa, incredibile donna cui i parenti che non vede da anni le capitano addosso con problemi e guai da far salire la pressione anche ad una ciminiera. E lei? “Oh mia dolce bambina, vieni qui, vicino a me.” La tocca, per conoscerla, accoglierla “Ma certo che puoi restare con noi.” Potenza della famiglia, dell’essere la figlia del figlio di Ellen, di essere una Fraser, di essere una parte del clan. Questo è quello che, quando ci penso, mi ferisce di aver perso. Pur con tutti i bellissimi e nuovi modelli di famiglia, questo non sarebbe stato affatto male, rumoroso, a volte difficile, ma così simile al concetto di Ohana espresso da Lilo, lo ricordate? Brianna è al caldo, al sicuro e bene accolta e l’uomo amato? Lui vaga per boschi di ineffabile bellezza e? Il ronzio che sente ci riporta dritti nella prima parte di questa Stagione, ai monoliti attorno ai quali danzavano secoli e secoli fa i primi Americani. Sfinito, ferito, senza più forze, Roger sale verso la salvezza, verso la Pietra che è Portale e potrebbe condurlo nella sua epoca. Pensavo: non farlo, ti prego Mac, non farlo, non farlo. Trae dal risvolto dove li ha nascosti i rubini e, con quelli addosso, allunga la mano verso la Pietra. Maestosa, solitaria, eretta tra piccoli basamenti, quasi adorata. E tutto scivola nel buio. L’episodio di Roger e di Bree, della rabbia, delle conseguenze delle scelte, sbagliate, che siano state compiute per protervia o per innocenza. Episodio che ha spalancato molte domande, più che dato, e ne ha date tante, risposte. Ci ha portati alla comprensione della parte più profonda del cuore, dove, in ognuno di noi, alberga la vera essenza, il nostro vero io. E mi ricorda sempre Jamie che descrive se stesso, a Claire, dopo la violenza subita, con le stesse parole, delle mura crollate e di sé inerme, che ha srotolato i fili delle conseguenze e che ha fatto del tutto seguito alla poesia di William Butler Yeats da cui prende un verso per il titolo:

I will arise and go now, and go to Innisfree,
And a small cabin build there, of clay and wattles made:
Nine bean-rows will I have there, a hive for the honeybee,
And live alone in the bee-loud glade.

And I shall have some peace there, for peace comes dropping slow,
Dropping from the wheels of the morning to where the cricket sings;
There midnight’s all a glimmer, and noon a purple glow,
And evening full of the linnet’s wings.

I will arise and go now, for always night and day
I hear lake water lapping with low sounds by the shore;
While I stand on the roadway, or on the pavement grey,
I hear it in the deep heart’s core.

Ed ecco ora mi alzerò, a Innisfree andrò,
Là una casa costruirò, d’argilla e canne io la farò;
là io avrò nove filari ed un alveare, perché le api facciano miele,
E là da solo io vivrò, io vivrò nella radura dove ronzano le api.

E là io pace avrò: lentamente, goccia a goccia,
viene dai veli del mattino fino a dove il grillo canta;
mezzanotte là è un balenio, porpora è mezzogiorno,
e la sera è un volo di uccelli.

Ed ecco ora mi alzerò, perché sempre notte e giorno
posso sentire l’acqua del lago accarezzare la riva piano;
mentre in mezzo ad una strada io sto, sui marciapiedi grigi,
nel profondo del cuore questo io sento.

Recensione a cura di Cristina Barberis.

Fonte Poesia.

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