Recensione Outlander Episodio 305: Freedom & Whisky

Se potessi rivederti fra un anno farei tanti gomitoli dei mesi. Se l’attesa fosse di secoli li conterei sulla mano. E se sapessi che finita questa vita la mia e la tua proseguiranno insieme, getterei la mia come inutile scorza e sceglierei con te l’eternità. (Emily Dickinson)

Arrivare alla fine del viaggio significa, la più parte delle volte, iniziarne uno del tutto nuovo. Ed è a questo che ci prepara “Freedom & Whisky” quinto episodio della terza stagione, per la regia di Brendan Maher e scritto dalla impareggiabile Toni Graphia. Il quadro ci catapulta all’indietro, per un istante, un indietro che è del 1948 e due mani femminili che preparano una decorazione natalizia. Le stesse mani che, nell’immediato dopo, stanno operando una paziente. Siamo a Boston nel dicembre del 1968. Non so voi in quante sale operatorie siate entrati ma quella che vedo mi fa pensare, scarna, ridotta all’essenziale, eppure dotata di tutto quello che occorreva per eseguire il lavoro: sobria, si, ma piena di persone perché alla fine sono le persone che fanno la differenza. E ci ritorneremo su questo. Procediamo, Claire esegue una difficile operazione e nonostante sembri che non ce la farà, riesce a portarla a termine con determinazione, sotto lo sguardo caldo e ammirato di Joey. Claire non si arrende mai, noi lo sappiamo, vero? Soprattutto se ritiene che qualcosa sia di sua stretta competenza. Le certezze di Brianna sono messe alla prova dalla rivelazione del suo professore circa le reali dinamiche della storia di Paul Revere, eroe nazionale e delle colonie statunitensi, ancora sotto il dominio inglese, all’epoca di quanto narrato. Perché non sempre la Storia ci consegna i fatti nudi e crudi, così come sono stati raccontati. (Basti pensare ai 6 marines che issano la bandiera a stelle e strisce a Iwo Jima) . Il professore, collega e amico di Frank, ravvisa che Bree abbia cambiato atteggiamento e la esorta a tornare a interessarsi degli studi. Ed è Frank invece che torna, nella sua assenza, quando Brianna arriva a casa, trova tutte le luci spente tranne quelle dell’albero di natale e quella decorazione dell’inizio, appesa, che suscita il suo sorriso, è solo un modo di scivolare nella malinconia di quella poltrona vuota, la poltrona di Frank. Qualunque cosa possiamo pensare noi di Frank Randall, per Bree è stato un padre attento, premuroso e affettuoso ed è stato il solo padre che abbia mai avuto. Bree che apre le scatole, in una ricerca di qualcosa che gli riporti indietro quello che ha perso, l’odore della pipa, le foto, ci dice chiaramente che di chi amiamo non ci mancano i grandi discorsi o le grandi imprese, ma la presenza quotidiana, fosse odore di tabacco o chiacchiere accanto al camino o momenti strappati al tempo da una foto. Ed è da quelle foto che scivoliamo da Claire, che ne guarda una, Bree il giorno del diploma, posta sulla scrivania, mentre scrive e quando Joe le chiede se gli racconterà mai davvero che cosa sia successo lì (Hai lo sguardo di quando sei tornata dalla Scozia) lei lo mette a parte del fatto che aveva un uomo, nel suo passato, e che hanno preso strade diverse. Un’espressione spettacolare, dal momento che è vero, decisamente strade diverse. Non è un modo di dire e mentre Claire esce noi arriviamo con Roger, in taxi, inattesi nel bel mezzo di una discussione a casa delle Randall. Nonostante il momento del tutto sbagliato, Roger è bene accolto da Bree, che ha deciso di ritirarsi dalla università e di vivere altrove e da Claire. A cena con Claire, Roger ammette che la vita per lui senza il reverendo non ha senso. Claire che sa benissimo che Roger non è arrivato solo per provare il natale americano, gli confessa che capisce bene che Bree ha bisogno di lui. In tutto questo Roger ha anche una terza motivazione per trovarsi lì: ho delle notizie che ti faranno tornare il sorriso. Le mostra le fotocopie di un articolo scritto per il Forrester’s, una rivista del 1765 e l’articolo parla della richiesta di cessazione delle tasse sugli alcolici per gli highlander.  Fin qui niente di più di un “normale” articolo di interesse storico  ma ci sono citati pezzi del poema di Burns che Claire recitava a Jamie, con il piccolo particolare che Robert Burns aveva sei anni all’epoca dell’articolo quindi è ovvio che chi scrive sa  cose che altri ignorano e chi se non Jamie? Inoltre c’è quel “Alexander Malcom” e la data del 1765 che riconducono, come sostiene Roger da bravo storico, a Jamie. Secondo la loro timeline parallela questo risale solo allo scorso anno, immaginiamo che cosa vuol dire, vero? La reazione di Claire però non è quella attesa da Roger Mac. (Non ti ho mai chiesto di farlo! Credevo che volessi saperlo…Invece no.) E’ la reazione di una donna che venti anni prima ha dovuto strappare il proprio cuore dal petto per continuare a vivere, di una donna che ama infinitamente l’uomo col quale ha avuto la figlia, la figlia che non vuole abbandonare (Io sono sua madre, lei ha bisogno di me) e quando Roger le chiede che cosa possa fare per lei la risposta è quella ragionevole e sofferta che si potrebbe anche pensare, ma non desiderare: non dirle nulla. Roger saluta, Claire resta sola, con la collana di Ellen McKenzie tra le dita e la notte scivola via con lei. Quando al mattino seguente raggiunge Joe questi sta disponendo i resti ossei di uno scheletro, trovato in una caverna ai caraibi, si tratta di una donna bianca sui cinquanta, molto bella. Claire dà la sua “diagnosi”: è la vittima di un omicidio di 150 anni fa. Naturalmente Joe resta di sasso, le dice che si è sbagliata di 50 anni (arriviamo al 1768!) e le racconta, grazie all’esame delle ossa, che la donna, trovata in una grotta rifugio degli schiavi è stata uccisa con una brutale decapitazione. Chi conosce Claire sa che lei ha di questi momenti di “divinazione”, non sa spiegarli ma le succedono quando entra in empatia con qualcuno, che sia vivo (Colum, ad esempio) o morto. Questo scheletro lo ritroveremo, ricordatelo. Joe Abernathy è uno dei personaggi secondari che preferisco e tra i molti motivi ce n’è uno: è un uomo diretto. Non ha problemi nel porsi, seppure lo faccia con garbo e ironia e non ha remore nel dire le cose come stanno ed è questo che fa con Claire, quando le dice di averla vista vivere per 15 anni una vita a metà e che se ha la possibilità di vivere di nuovo quell’amore passato, deve prendersela. Roger intanto è a casa di Bree e di Claire e sta guardando “Dark Shadows” una soap opera che ebbe un grande successo, tra il 1966 e il 1972 circa e che aveva tema spiccatamente soprannaturale. Parlano, Bree si scusa e Roger le risponde con un terrificante accento scozzese che è venuto per vivere un Natale americano e altre cose. Lei lo invita alla facoltà dove assegneranno una borsa di studio in onore di Frank Randall, lui considera chi c’è stato lì, esattamente come avrei fatto io,  e lei di come si tenga su l’edificio e il discorso verte sui padri e sulla confusione che Bree sta vivendo. Roger le racconta, con un tocco di dolcezza, di una storia che il reverendo gli aveva narrato sul vero padre per farglielo sentire più vicino. Ma questo non basta a Brianna, alla fine di chi è passato che cosa resta davvero se la Storia può essere adulterata? Frank, insigne storico (questo lo sappiamo anche dalla saga che ci parla dei libri scritti da lui) viene giustamente lodato dal preside di facoltà e in quel frangente Claire si trova davanti alla donna che amava Frank, Sandy Travers, che la affronta in modo diretto rivelandole che Frank era l’amore della sua vita (vi riecheggia nulla?) e che sapeva che lui era in parte ancora innamorato della moglie. Accusa Claire di egoismo, quando la verità ( e qui torniamo con la storia manipolata) è che Claire lo avrebbe lasciato andare, si oppose lui. Terribile quel “Ha sprecato venti anni della sua vita con lui” perché, alla fine, è la sola cosa vera che Sandy Travers afferma. Il colloquio, come ogni cosa che facciamo, anche quella in cui crediamo che nessuno abbia visto o sentito, non passa inosservato e non appena escono Brianna affronta la madre e le chiede spiegazioni (dopo il passaggio dalle pietre non devono esserci più menzogne) e Claire le racconta di quella donna e del fatto che Frank l’abbia amata e che volesse sposarla e le domande che Bree pone mi hanno intenerita. Immaginiamo di essere lei, immaginiamo di scoprire che Frank non è nostro padre, nonostante ci abbia allevata, amata, sia stato con noi per venti lunghi anni e immaginiamo di scoprire che il nostro vero padre è un altro, amatissimo da nostra madre, cui lei ha rinunciato. Come ci sentiremmo? Quando Brianna ha chiesto se Frank fosse in qualche modo risentito, se la odiasse perché gli ricordava l’uomo amato dalla moglie, o quando ha chiesto a sua madre se l’amasse o avesse rancore perché era la ragione per cui aveva perso Jamie, l’avrei abbracciata. Sul serio, che dolore, che sconvolgimento che deve aver vissuto povera Brianna, perché l’unica cosa che cerchiamo, con tutti noi stessi, sempre, nella nostra vita è essere amati e accettati per noi, per come siamo, per chi siamo. Non in forza di altro, non perché ricordiamo qualcun altro o qualcosa. Ma per noi. E la risposta di Claire è quella di ogni madre che ama la figlia, una risposta che entra nelle ossa e che si sedimenta e che ci lascia incantati: “tu sei l’unica cosa che fosse mai stata importante per Frank. Io ti amo per ciò che sei Brianna.” Come un incanto è la forza di Brianna che, pur amando la madre, la spinge a tornare indietro, per dei motivi del tutto corretti: lei cresce, avrà una vita sua, non c’è più bisogno che Claire resti a badarle. Il 21 dicembre del 1968 l’Apollo 8, la seconda missione con equipaggio del programma Apollo, fu lanciato in orbita e fu la prima navicella che lasciò la Terra e orbitò attorno alla Luna, scoprendo il lato nascosto del satellite, ammirando una meravigliosa alba dallo spazio ed è questo che stanno guardando, con messaggio di James Lovell, il pilota del modulo, sia Claire e Joe che il resto del corpo medico dell’ospedale di Boston e Claire, in risposta ad una domanda di Joe (Come si fa a compiere un viaggio simile e tornare alla vita di tutti i giorni?) ci dice che lei stessa “era stata in molti modi ancora più lontana in un viaggio anche più impossibile, la risposta era si, si può tornare alla vita di tutti i giorni ma non è mai la stessa. Ma era già abbastanza essere andata li una volta, quante altre persone potevano dire lo stesso?” Quanti di noi possono dire di aver compiuto viaggi simili? Claire ne compì uno che la portò, suo malgrado e non volendo, oltre il tempo e come può essersi adattata a tornare al presente, una persona che ha vissuto quegli eventi, sapendo che non è il suo mondo, che non è il suo tempo, dovendo lasciare l’uomo che ama con tutta se stessa? Un viaggio sulla Luna è, in prospettiva di ciò, non solo possibile ma meno straniante e che anche lei voglia atterrare di nuovo, dopo un lungo esilio, è quanto meno comprensibile. Lo sguardo di Claire alla Luna e la musica che ci riporta alla notte della danza al cerchio di pietre sono magici. Ma quella magia ha un prezzo, esattamente come tutto nella vita. Claire confessa a Bree che non vuole andare, nonostante tutto, perché non vuol perdersi pezzi della vita di sua figlia, il matrimonio, i nipoti e per quanto dall’altra parte ci sia Jamie, diventa immediatamente comprensibile, ve lo dico da madre, quello che angoscia Claire. Anche se sappiamo benissimo che i figli non ci appartengono e che avranno la loro vita, la loro strada, il pensiero di abbandonarli è straziante. Possono andarsene, cambiare continente, vita, non volerci più e noi resteremmo sempre in attesa di un cenno, sempre. Ma abbandonare un figlio è qualcosa che chi ama sul serio, mi dispiace ma non ho mezze misure in questo caso, se non spinte da motivazioni estreme, chiaramente, non può accettare. Brianna però non solo le dice una cosa stupenda (sono più te che uno dei miei due padri e se sarò anche solo la metà della donna che sei stata tu starò bene) ma la spinge a compiere il viaggio, per dire a Jamie chi sia sua figlia e le strappa anche le paure (non mi ricorderà, non mi amerà…) rassicurandola sul fatto, incontrovertibile, che se per Claire è stato il grande amore della sua vita, perché per lui deve essere diverso? Tu hai lasciato Jamie per me, adesso devo permetterti di ritrovarlo. Quella che segue è una delle mie scene favorite, mi ricordo che sul libro la amai profondamente, ridendoci. Claire chiede una spassionata opinione da maschio a Joe, se sia attraente e Joe dapprima fiuta un pericolo (è una domanda trabocchetto vero?) ma poi le risponde che è ancora attraente e che quando la vedrà a Jamie sembrerà di stare in paradiso.  Sulle note di un’allegra canzoncina natalizia Claire, Roger e Brianna si scambiano dei doni, a Claire toccano delle monete (nel libro Claire spiega loro l’equivalente di qualcuna di quelle monete e di quel che un highlander avrebbe potuto comprare), un libro di storia scozzese e un topazio, la pietra porta fortuna di Bree. Vi ricordate che quando passò dal diciottesimo al ventesimo secolo Claire perse il rubino incastonato nell’anello del padre di Jamie? Ecco qui, sua figlia le regala una pietra perché così è scritto nel diario di Geillis Duncan. Sulle note della sigla di Batman, la serie anni 60, Claire si confeziona un abito che possa apparire consono all’epoca in cui sta andando. Nel libro in realtà lei fa shopping nella bottega di una ragazza decisamente “alternativa” che ha anche dei modelli che richiamano il secolo diciottesimo. Solo che tutto quello si svolge in Scozia, non a Boston e quindi ha senso che la scelta della produzione sia di darle una chance diversa. Lo specchio è, talvolta, solo l’esternazione di come noi ci vediamo, come ci percepiamo, difficilmente ci rimanda l’immagine esatta, in positivo o in negativo, di quel che realmente appariamo agli altri. Quante volte è capitato che vedendoci in foto abbiamo esclamato o pensato “Ma non sono io!” perché l’obiettivo è privo di interpretazione, mentre la mente raccoglie, mette insieme e interpreta, così Claire si guarda nello specchio in cerca di difetti o di pregi. Una donna che nel 1968 aveva 47 anni era assai diversa da oggi, era considerata “vecchia” e anche il viso tradiva rughe e anni. Claire ha tinto i capelli, un piccolo tentativo di sembrare giovane per il marito e questo fa una tenerezza enorme, vuole apparirgli al meglio. Sta raccogliendo i ferri chirurgici, porterà quello con sé e l’amata penicillina. Ha inserito tasche segrete, l’ha cucito usando impermeabili (in Scozia piove tanto in qualunque secolo) e ha le maniche di lunghezza diversa ma come le fa notare Brianna non importerà a nessuno, tanto meno a Jamie. Nel momento del commiato, Roger si allontana (E’un bravo ragazzo. Lo so.) e Claire consegna a Bree delle cose: la lettera di dimissioni, da dare a Joe e l’atto di proprietà di casa e i conti bancari. Nel libro le scrive una bella, bellissima lettera e le lascia tutte le indicazioni, infatti, Claire è a Boston mentre Bree è rimasta in Scozia con Roger. Bree spinge la madre a cercare il padre per dargli un bacio dalla figlia e Claire le lascia la collana di Ellen, che Jamie le diede la notte di nozze. La collana della nonna di Bree, che, a conti fatti, è un oggetto che ha duecento e più anni. Che strana cosa è il tempo, vero? Roger Mac è uno dei migliori uomini che ci siano, porta del whisky e brindano alla partenza “Freedom e whisky”. Partenza che avviene di notte, nel bacio accennato di Claire a Bree, che le sorride da dietro il vetro, c’è l’intero strazio che prova chi lascia qualcuno che ama, sapendo che potrebbe non vederlo più e tra le braccia di Roger, solido, presente, importante, Brianna cede alle lacrime. Poi si mette un cappellino rosso e invita Roger a festeggiare un natale americano, si siedono sul divano, lei ha il cibo che lui vuole assaggiare sul vassoio e Roger le dà un regalo: A Christmas Carol, di Charles Dickens, in assoluto la mia storia natalizia preferita e lo vedete l’amore negli occhi di Roger? E’ un sollievo sapere che Brianna starà con lui, perché è un uomo splendido, che avremo modo di conoscere, per chi non ha letto i libri, ancora e più a fondo. Quando Brianna inizia a leggere la prima strofa, mi sono emozionata. Per molti natali ho fatto lo stesso, esattamente come facevano Claire e Frank, con mia figlia, abbiamo letto, a turno, Canto di Natale a voce alta e se non lo avete mai fatto, fatelo, non c’è niente di più bello e che possa darvi lo spirito del natale, buffo da dirsi visto che in apparenza si parla di spettri, più di questo racconto, immortale. Non è mai troppo tardi. Claire si allontana nella notte, il taxi le fa scivolare le luci della strada addosso e la porta, saltando il viaggio tra le pietre e quello successivo in carrozza, direttamente a Edimburgo. Il timore di bimba di Claire che non saltava nelle pozzanghere per paura di finire in un mondo senza fine nel quale avrebbe continuato a cadere è completamente svanito. O quasi, se non una eco nella mente. La pioggia che lucida le pietre di Boston rende acquose quelle di Edimburgo, in un grigio sfondo che man mano si colora: le verdure al mercato, le voci delle persone, gli odori ed eccolo, il mondo di Claire. Il mondo di Jamie. Claire è tornata a casa. I primi passi del medico sono incerti, lenti e mentre noi ci tuffiamo nel grigio sporco delle case e in quello ferroso della strada, il cuore salta nel petto. Perché qualunque cosa succeda non si torna indietro. Nel libro Claire parla dei panini che ha portato con sé, della carta di cellophane che rotola via, mentre lei mangia seduta su una fontana e si guarda intorno. Qui, invece, è proiettata e noi con lei direttamente verso Jamie, la cui bottega le viene insegnata da un ragazzino. Carfax Close madam. Si avvia, chissà quale sarà il pensiero portante? Gioia, ansia, sollievo? Paura? Passa sotto l’arcata di pietra, un mondo diverso dal lucido Boston, è il mondo del diciottesimo secolo, fumoso, acquoso e sporco. Pensiamoci quando sogniamo di tornare indietro. Sostiamo con Claire, guardiamo l’insegna che lei accarezza con piacere, con quell’emozione che le si legge chiaramente sul viso. È un insieme di segni e di simboli e molti sono simboli che fanno pensare ad una appartenenza di chi li espone, una appartenenza segreta. Teniamolo a mente, sarà importante. Dopo venti lunghi anni e la certezza che non lo avrebbe mai più visto, il primo contatto con Jamie è un’insegna, A. Malcom. Non è Jamie stesso, ma qualcosa che la porta da Jamie.  Un corrimano di liscio legno, scale di pietra, una porta chiusa. Esitazione, lo stomaco che si torce, il cuore che salta in gola. La mano che si posa sulla maniglia di una bella porta di vetro, il rumore del campanellino che ne annuncia l’apertura e la angoscia, il timore sul viso di Claire Beauchamp Fraser quando entra. L’ambiente è molto piacevole, scaffali, candele, pulizia e quella voce. Si, si, ho gridato, so di questo momento, si, letto e riletto e atteso eppure eccomi lì a ridere e piangere e “Oddio Jamie!” quando lui chiede “Sei tu Geordie?” il suo aiutante e Claire si sente strappare il cuore dal petto. La voce dell’uomo che ama. Vivo, vero, reale. Che le parla, pensando che sia Geordie (Certo che ce ne hai messo di tempo) e lei che lo guarda, col cuore che pulsa impazzito e la mente che cerca affannosamente, lo vedete sul suo viso, come rispondere, che cosa dire, sentirsi cretina nel dire una cosa banale dopo venti anni oppure dire una cosa epica, qualcosa da ricordare da lì alla fine della vita? E sceglie la più semplice, sono io, Claire. E la gioia che le sale sul viso e le dà luce allo sguardo e il girarsi lento di Jamie, che non sa se credere o meno a quel che sente e il suo guardarla, trasecolato e lo svenimento sono stupendi, assolutamente stupendi. Vedere Jamie Fraser che ha affrontato a petto nudo Culloden, Ardmuir, l’esilio a Helwater, che si è offerto a Lord John per guadagnarsi la protezione di quello sul figlio, che è sicuro che la sua vita non può riservargli altre sorprese, per quanto con lui non si possa mai dire, vedere questo gigante di quasi due metri che cade svenuto di emozione è assolutamente meraviglioso. L’incontro, questo, tale e quale sul libro, potrebbe non sembrare adeguato? In realtà dopo venti anni, ognuno dei due inserito nella propria vita, amata o meno, sicuri che non si sarebbero mai rivisti, come sarebbe stato possibile farlo diversamente? Ho trovato incantevole che sia lei a cercarlo, lei a tornare da lui, lei che torna in un contesto del tutto ovvio e normale, la vita di tutti i giorni, senza scoppi di artificio, fanfare o concerti di filarmoniche. Perché è nella vita di ogni giorno che Claire, la protagonista dell’intera saga, e Jamie, il più grandioso dei coprotagonisti, vivono ogni momento che abbiamo amato, vissuto, temuto o odiato. Dicevo all’inizio che sono le persone che fanno la differenza. Ed è così, tutti coloro che ci vivono accanto, nel bene e nel male, in gioia o in tristezza, segnano e disegnano percorsi nella nostra vita. Brianna e Roger, Joe, Sandy Travers e anche Frank, tutti hanno dato a Claire spinte verso Jamie, anche quando non volevano. E Jamie, Jamie è quello che fa la differenza, l’ha sempre fatta, Jamie che si innamora di lei quando gli sistema il braccio, che si offre di proteggerla, da subito, che la sposa per salvarla, che le regala la collana di sua madre, che la picchia per punirla, che le offre il suo cuore fisicamente, che la segue in Francia, l’idea è di Claire, che la sostiene quando perdono Faith, che la riporta in Scozia, che la salva dall’assassinio e deve uccidere suo zio, che la spinge di nuovo tra le pietre, Jamie fa la differenza. L’ha sempre fatta, sarebbe stato impossibile diversamente e sapete perché? Per il più semplice, limpido e naturale dei motivi: la ama. L’amore fa la differenza, permettetemi questa chiusa un po’ didascalica. L’episodio ha una tensione palpabile nella introspezione che lo permea sin dall’inizio, con quella scena di Claire che “rovista” dentro la donna per guarirla e che è poi lei a dover guarire dentro tornando da Jamie. Superba Caitriona Balfe, splendida regia, ottimi Sophie Skelton e Richard Rankin e perfetta la musica di McCreary. Adesso siamo arrivati. Sarà Jamie a disfare la nostra valigia, noi gli saremo accanto, da adesso in poi, giorno dopo giorno. Di nuovo.

Recensione a cura di Cristina Barberis.

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