Recensione Outlander Episodio 304: Of Lost Things

“Quei periodi neri in cui sei come un tronco braccato da ogni onda e sbattuto continuamente sulla riva, finché un giorno vieni finalmente spiaggiato, e le prime parole che ti vengono incontro non ti sbattono più da una parte all’altra e impari di nuovo la mano aperta che ti raccoglie e la spinta che ti rialza.” (Fabrizio Caramagna). Questa frase mi colpì molto quando la lessi la prima volta, chi di noi non si è trovato in una condizione simile? Eccoci giungere al quarto episodio di stagione “Of Lost Things” scritto per la televisione da Toni Graphia e diretto da Brendan Maher. Il quadro è decisamente significativo: due forti mani di uomo, in abito settecentesco, stanno intagliando un oggetto di legno. Il bello dei ricordi è che si affollano, si spintonano, poi si mettono uno vicino l’altro con la manina alzata ed è emozionante immergersi, tornare indietro. Qui, invece, facciamo un deciso balzo in avanti e atterriamo nel 1968, riprendiamo lì dove avevamo interrotto al termine della stagione passata. Roger, Bree e Claire stanno mettendo il punto alla loro ricerca (che bella quella lavagna col timeline, non la vorreste? Immagino spesso chi sia che fa queste cose, come chi disegnava le mappe de Il signore degli anelli, adoro i “dietro le quinte”). Cercano Jamie, che non sia morto a Culloden e fanno ipotesi e scorrono le liste dei prigionieri, compilate da soldati inglesi di due secoli prima, ragionano, incoraggiati anche da Fiona, la nipote della compianta Mrs. Graham, che fa gli occhi dolci a Roger, per il divertimento di Brianna e l’imbarazzo del giovane storico e tra una considerazione su come scorra il tempo in parallelo e l’altra, lo trovano ed è proprio Claire che vede il nome di Jamie su di una lista del 1753 della Prigione di Ardsmuir. Vivo. Sopravvissuto a Culloden. Vivo, significa tornare indietro. L’emozione di quella scoperta le impedisce anche di alzarsi, di festeggiare con gli altri e dallo sguardo di Claire dirigiamoci a Helwater, nel 1756 e dinanzi alla parata di carrozze e allo splendido palazzo, ecco che Lord Dunsany torna a casa, dall’Italia, accolto dal maggiordomo Evans. Un soffuso rossore autunnale sfavilla tra le foglie e sui capelli del gigantesco “prigioniero scozzese”. Lo chiamano McKenzie, che non è un nome odiato, sebbene scozzese. E, in fondo, è anche reale, vero. Jamie si presenta come “Alexander McKenzie” e Lord Dunsany lo accoglie bene (figli, perdite, il nostro litigio è finito) ma lo avvisa che Lady Louisa Dunsany non tollera nulla che sia giacobita, ha perso l’unico maschio nella rivolta del ’45, e non lo ha mai superato. Per tutti Jamie sarà McKenzie lo stalliere, pagato, pur restando sempre un prigioniero. Secondo voi quando Jamie dice di aver perso due figli a chi si riferisce? Lo stesso sole autunnale illumina i capelli rossi dell’altra Fraser che, appoggiata all’auto in panne, stuzzica Roger su Fiona (favolosa la testata e l’imbarazzo non per quella ma per dover dire che Fiona è un’amica, non una possibile ragazza, il gioco è tutto tra friend e girlfriend). Bree rimette a punto il motore, con grande sorpresa di Roger ma anche un po’ mia e ripartono per lasciarci giungere nelle belle stalle della tenuta di Helwater dove gli uomini di scuderia sono così ardentemente felici di accompagnare Geneva Dunsany a cavallo che lo tirano a sorte. Jamie resta appiedato e fa una gaffe (Servirebbe proprio una bella strigliata) che Isobel ascolta, restandoci subito simpatica (una gabbia è una gabbia) anche quando nonostante Jamie cerchi di dissuaderla dal considerare Lord John un probabile marito, lei ammira lo stesso il maggiore. I toni sono tornati quelli della seconda stagione, ricordate l’uso del marrone e dei colori caldi per indicare questo periodo della storia della parte “moderna”? Mentre per quella “antica” ci sono blu e verde e una spruzzata di rosso. Ma solo se è alto e grosso. Eccoci, col calore del legno in casa di Roger, che quando risponde ad una chiamata al telefono ha quella bandiera scozzese che campeggia sulla parete. La chiamata è dall’ospedale di Boston, Joe Abernathy che cerca di capire quando Claire tornerà indietro. Ricordiamo che Claire è in ferie, in questo momento, ma ancora in forza presso il personale ospedaliero. Il sole splende sulla piccola comitiva che, a Helwater, si accomiata da Lord Ellesmere, il conte e futuro marito di Geneva. Nello sguardo di lei leggiamo tutto il peso del destino, il non poter rifiutare di sposare chi sia gradito alla famiglia, perché una donna si deve sposare, perché ci sono alleanze da stringere e perché le donne sono state sempre usate e usate come merce di scambio. Alle possibili proteste si ribatteva con l’illustrare la fortuna di non restare zitelle, se povere, quindi costrette a mendicare la carità degli altri (perché non si poteva lavorare) e se ricche la fortuna di dare eredi alla casata. O per un tozzo di pane o per una possibile morte di parto e tra questi estremi la consapevolezza che i propri desideri e il proprio sentire fosse, alla fine, una cosa perduta per sempre. Ed è in quel momento che il piano di Geneva Dunsany prende forma. Sia chiaro, non l’ho mai amata, questa ragazzina irritante e un po’ viziata, che nella serie è perfettamente interpretata da una attrice (Hannah James, nata nel mio stesso giorno, ma un bel po’ dopo) più adulta di otto anni rispetto all’età del libro. Ma la capisco: la prospettiva è quella di dover sposare un nobile vecchio, ricco e antipatico, risparmio epiteti ma ne avrei, e poi c’è questo McKenzie che è giovane, in fondo, non ha ancora quaranta anni, bello dritto, muscoloso, possente. La capisco. Anche se non fosse stato il più bel rosso di tutta Scozia, cosa che invece è. Gli stallieri tirano a sorte, stanno proprio così scoppiando di desiderio di accompagnarla che se la giocano, sperando di non essere il prescelto e Jamie sarebbe salvo se non fosse proprio Geneva a richiedere di lui. Durante la passeggiata a cavallo Geneva gli chiede un’opinione su Ellesmere e Jamie cerca di rispondere diplomaticamente, quindi lo incalza su quel che trova attraente e lui, che è un uomo fatto e finito, capisce l’antifona, il suo tentativo di tornare indietro è frustrato dalla caparbietà di Geneva che, guarda il caso, dopo aver spinto il cavallo al galoppo ha un incidente. Quando Jamie la soccorre, lei ride: è un tentativo di stargli tra le braccia (Sapevo che avreste fatto quello che vi chiedevo) e Jamie, so che la scena vi avrà fatto esultare, la scaraventa in una pozzanghera, irritato. Quel gesto gli costerebbe tantissimo, ma Geneva la prende a ridere, pensando alla prossima passeggiata. I momenti di piacere sono rari per Jamie Fraser, dopo aver perso Culloden, sua moglie, suo figlio. Ma ci sono e in quelle interminabili e piacevolissime partite a scacchi sia Lord John che Jamie trovano sollievo, uno nella compagnia dell’altro. Pur sapendo la verità, uno sull’altro ed è su questo che si basa il loro rapporto: rispetto e verità. La partita viene interrotta dall’arrivo di Lord Melton e di Geneva e Isobel (Se fosse dipeso da me non mi sarei mai fatto sfuggire quest’uomo) che crea un imbarazzato e gustoso siparietto. Geneva è una che non molla l’osso e anche quando Jamie sistema lo strame (Spalo merda, milady) cerca di averne l’attenzione (Sposata a un uomo così vecchio da poter essere mio nonno?) e quando Jamie non cede, lo ricatta. Guardiamo questo torreggiante guerriero scozzese che trattiene la furia, credo che l’avrebbe strangolata volentieri perché Geneva si serve di cose di cui non sa il valore (Lallybroch) o il peso (Giacobiti) per i suoi scopi. La comprendo, nemmeno io avrei dato volentieri la mia prima volta ad un vecchio, che avrebbe armeggiato in modo poco gentile solo per assicurarsi la progenie, se ci fosse stato vicino uno stalliere enorme e attraente come Jamie. Ma forse quello che disturba, e parecchio, almeno me è il modo. Ma è anche il solo, il ricatto è il solo modo di piegarlo dinanzi al proprio bisogno. Altrimenti Red Jamie quel “si” glielo avrebbe fatto sognare all’infinito. Disdicevole, antipatico e pesante il modo di Geneva, ma comprensibile. Il punto di tutto questo è, oltre a compiere un atto che ritiene di non voler dare perché è una parte di sé, anche il pericolo che lo scoprano: immaginate che sarebbe successo? Jamie, come chiunque che sia sottoposto a violenza, sceglie, dove può, il male minore. Accondiscende, ma non è partecipe né tanto meno lo avrebbe fatto di sua spontanea volontà. Ricordiamocelo quando leggiamo di persone che non si ribellano alle violenze (percosse, stupri…). Nel buio della camera Geneva lo attende alla luce delle candele e quando lo chiama Jamie, lui chiarisce subito che lo fa per la sua famiglia e vuol essere chiamato Alex. Come abbiamo notato la scorsa volta, il nome è la persona e lo sdoppiamento di sé in caso di violenza, anche di volontà estorta col ricatto come in questo caso, è un modo non solo per darsi la chance di credere di aver avuto una scelta, che non si ha mai, ma anche di allontanare da sé la circostanza sgradevole: io sono Alex, lo stalliere di Helwater, non Jamie, il marito di Claire, il fratello di Jenny. La stessa distanza che passa tra l’accettazione dell’inevitabile e il tenersi caro quel grumo di cuore che pulsa. Assolutamente essenziale. Mentre Jamie si spoglia, Geneva guarda altrove ma lo scozzese capisce che ormai che c’è, tanto vale renderlo meno brutale per tutti e due. Perché è Jamie Fraser, che non violenterebbe mai una donna. Anche in situazione di svantaggio è sempre una montagna di uomo e ne basta uno alto la metà per avere ragione di una donna sua pari, sempre che lei non conosca il krav maga e dubito che sia così. Potete guardarmi se lo desiderate. Jamie si offre in tutta la sua prestanza allo sguardo della ragazzina che, alla vista della schiena coperta di cicatrici, sussulta. Lui, che è Jamie: “è tutto a posto, non fanno male”. Lo sguardo di milady scorre sulle fattezze dello stalliere che, un momento dopo, la invita a proseguire. Guardiamolo, alto, rosso, statuario, coi colori che Diana Gabaldon descrive spesso nel libro, cannella, rosso fuoco, un filo di ruggine, quella levigatezza dei muscoli, l’ampiezza delle spalle, il tutto in una stanza semi buia e notiamo, invece, il viso, che esprime determinazione . Una sorta di facciamola finita subito. Del resto se fosse dipeso da lui non ci si sarebbe messo, in quella situazione e rimandiamo la mente alla notte di nozze tra lui e Claire. Sono certa che riusciate a richiamare dinanzi agli occhi ogni gesto. Geneva per quanto caparbia è vergine, non sa nulla (potete cambiare idea; no lo sto facendo per me stessa) e Jamie le chiede il permesso di toccarla e la spinge a fare altrettanto. Immaginiamo solamente, a discolpa di questa notte, Geneva costretta a letto con un uomo che, se le fosse andata bene, se la sarebbe cavata con qualche tremolio incespicante, all’epoca l’età pesava, se le fosse andata male, due grugniti, due colpetti e via. E ci stupiamo che la maggior parte delle donne, a parte i dettami religiosi, lo considerasse un dovere da sbrigare in fretta? Tra respiri spezzati, ansiti, paure e gemiti, la passione ha il sopravvento. Perché anche costretto Jamie resta un galantuomo. Non le fa del male e avrebbe potuto. Le fa conoscere che cosa voglia dire giacere con un uomo giovane, bello e gentile. (Mi farà molto male? Non credo, se farò con calma). Mi sono chiesta quali fossero i pensieri di Jamie in quei momenti, l’atto di per sé non è durato enormemente, non c’è stata una preparazione desiderata, ma solo attenta. Partecipe, per gentilezza di Jamie. Avrà pensato a Claire? Come si sarà sentito? Le chiede se le ha fatto male. Perché amiamo Jamie Fraser? Anche per questo. Lui è in quel letto che rischia il collo, e altri parti sacre ad un uomo, e se fosse per lui non sarebbe nemmeno entrato in stanza e a che cosa pensa? Vi ho fatto male? Ce la ricordiamo la promessa di proteggere Claire col proprio nome e col proprio corpo? Jamie Fraser non è un uomo che faccia promesse a caso o dica cose a caso. E quando è nella peggiore delle situazioni cerca sempre, ogni volta, di afferrare un briciolo di dignità. Credo che abbia provato anche compassione per Geneva. Jenny ha sposato l’uomo che ama, Claire anche. Geneva no. Per uno che alla perdita dell’amore della sua vita ha cercato la morta a ogni occasione, questo è davvero un motivo profondo per comportarsi come fa. Quando Geneva, inesperta e appagata, gli dice di amarlo, Jamie dà a lei e a noi la definizione dell’amore (L’amore è quando il tuo cuore e la tua anima a un’altra persona e l’altro fa lo stesso) e lo fa alzando però la barriera, le rende l’abito. Si mette seduto. (Avete notato che non la bacia?) Non condivide più, non abbraccia, non fa tenerezze. Ha assolto il suo compito. Geneva perde la verginità fisica, Jamie un briciolo di corazza. Of lost things. Quando però Geneva torna a Helwater sposata e incinta e lancia quello sguardo da sopra la spalla verso Jamie, lui perde un’altra piccola parte di sé. Gli arriva il messaggio forte e chiaro: quel figlio è suo. La notte scende con un rosseggiare tenue nel blu del cielo scozzese quando Fiona fa perdere a Claire la presa salda sulla vita: le rende la collana di Ellen McKenzie, che Jamie le aveva dato la notte di nozze. Fiona l’aveva ricevuta dalla nonna, che l’aveva avuta da Claire e ora la rende a Claire. Tanto di cappello a Fiona. E Claire perde un piccolo dolore, finalmente, quando Bree per annunciarle delle novità torna a chiamarla mamma. Davanti al fuoco scoppiettante, con il chiarore rosso dato dalle fiamme e dai capelli della figlia di Jamie, Brianna ammette di essere una “persona terribile” suscitando l’ilarità dolce di Roger che le dice “finalmente concordiamo su qualcosa”. Lei confessa la sua paura di perdere la madre, pur essendo contenta di aver fatto le ricerche sul padre. Roger le spiega che è normale quello che prova e che non vorrebbe che loro trovassero Jamie perché, in quel caso, tornerebbero a Boston. Il bacio. Bellissimo, mi ha emozionato, questa coppia è perfetta. Il viso di Roger che esprime gioia, esultanza e sorpresa. Unexpected e con Bree che si alza noi corriamo dietro, nel blu scuro del mattino, tra lo svolazzare del mantello, ad Isobel che concitatamente annuncia che Geneva sta partorendo ma le cose volgono al peggio. La corsa della carrozza, il fragore tintinnante dei finimenti, il rumoreggiare degli zoccoli, in quella andatura rapida dove Jamie è uno dei cocchieri, ci porta al parto di Geneva che ha dato alla luce “un bel bambino sano”. Jamie si blocca, per un istante, sotto il colpo della notizia: è padre di un maschio. Che non può riconoscere, che magari spera che non gli somigli, ma è figlio suo. Ma non fa in tempo a dare un ordine a quelle idee, perché Isobel piange e gli annuncia che non solo Geneva è morta, ma anche di esser a conoscenza che la sorella amava Jamie (quello schiaffone che fa sussultare) e non è finita qui. Lord Ellesmere minaccia di uccidere il neonato, perché Geneva non era vergine (urla, accuse, tensione che sale, dolore, la musica che ci accompagna, il respiro che si blocca) e mentre la situazione precipita Lord Dunsany arma la pistola (ce lo ricordiamo eh? Quelle con la canna liscia la cui mira è un po’ data dalla fortuna?) e ci vuole tutta la diplomazia di Jamie nel chiedere a entrambi di posare le armi. “Per il bambino” è detto a Lord Dunsany. Jamie implora di non ferire suo figlio. Lord Dunsany obbedisce, dà la pistola a McKenzie, ma Ellesmere no, non recede, urla di voler uccidere il bastardo (sentite il rumore del cuore?) e Jamie, guerriero, uomo che non compie ingiustizie, spara. Il bambino è salvo, nei momenti pieni di sollievo, dolore, disperazione, l’atmosfera è attonita. Nessuno sa che cosa fare, ma il neonato, tutto quello che resta di Geneva, è salvo. Qualche giorno dopo Lady Isobel porta a passeggio il piccolo (che bella quella carrozzina ante litteram, tutta decorata) e incontrato Jamie che sta facendo cavalcare le splendide bestie della tenuta, lo informa che il piccolo si chiama William, Willie, come il nonno (bel nome!) e gli chiede scusa per come lo ha trattato: mia sorella era una persona difficile e voi siete stato gentile con lei. Sopraggiunge Lady Dunsany che spiega del verdetto del coroner (morte accidentale per troppo dolore) e ringrazia Jamie e sa che lui è giacobita e lui si scusa ma lei per gratitudine gli annuncia che grazie alle conoscenze del marito a Londra, Jamie potrebbe tranquillamente tornare a casa, libero. Jamie palleggia lo sguardo tra la donna e il figlio, cui ha appena detto di non preoccuparsi, perché lui è lì e rifiuta cortesemente con la scusa di voler accumulare altri soldi da mandare alla famiglia, in Scozia. Lady Dunsany gli chiarisce che quando vuole andarsene, sarà libero di farlo. Il leggero sorriso di Jamie, uomo “libero” e più che accettato dalla famiglia, mentre si allontana in direzione opposta ci dà sollievo: tra le cose che ha perduto, ne ha appena avuta indietro una, lucida nelle sue pieghe antiche: la dignità di camminare a testa alta. Nel 1764 il giovane erede e il suo vero padre si guardano con una affettuosità evidente mentre McKenzie impartisce a Willie lezioni di equitazione. Sotto lo sguardo di sua nonna e di un’amica c’è una osservazione interessante : spende così tanto tempo con McKenzie che gli somiglia. Avete ragione, buffo! E la rassomiglianza la nota anche Jamie, mentre Willie pulisce l’interno della carrozza, in uno dei loro momenti insieme, sul vetro del finestrino. Lo sguardo dice proprio: che l’abbiano vista anche gli altri? Il National Archives of Scotland riserva a Claire, Brianna e Roger l’amara sorpresa che i registri nautici a disposizione sono di un secolo prima a quello richiesto e non ne hanno altri. Perché i registri nautici? Poiché i prigionieri di Sua Maestà li imbarcavano per le colonie. Quindi sarebbe stata una traccia se… Le cose perdute, che tornano a interrompere quei fili appena tirati, una trama che sembra spezzarsi, gettando il buio laddove la luce s’era appena affacciata. Nel pub, mentre una ragazza declama Robert Burns e tutti guardano storto le uniche due donne sedute al bancone, Claire sembra arrendersi, nonostante Bree e Roger cerchino di farle forza (Libertà e whisky, lo citavo spesso a Jamie) lei ricorda dell’avvertimento ricevuto da Mrs Graham, di non spendere la vita a cercare un fantasma. “A tutti quelli che abbiamo perso”. Come la pazienza persa da Willie quando il padre, Mac, gli annuncia che vuole tornare in Scozia o quella di Jamie, che dopo il gesto di rabbia del bambino lo sculaccia e lo chiama bastardo. Non appena Willie gli controbatte di non esserlo, di rimangiarsi quanto ha detto, Jamie capisce che la cosa è durata troppo e se un bambino lo considera come insulto possibile, vuol significare che si fanno chiacchiere. Permettete che lo dica, che bello questo bambino, uguale all’attrice che interpretava sua madre. Che bello nelle medesime espressioni caparbie dei Fraser, ci ho visto Jenny in lui. Ha sangue Fraser nelle vene, compresa la testardaggine. Tra le cose perdute c’è la possibilità di Lord John di poter stare liberamente, per quanto quello fosse possibile senza dar adito a chiacchiere, con Jamie (… lost my chess partner) e quello sguardo dolente che gli rivolge è qualcosa che affonda come lama rovente. Chi incontra Jamie Fraser non resterà mai indifferente, amore, devoto, o odio, furente. Mai indifferenza. John esprime a voce alta a Jamie quello che si mormorava, il bambino ha lo stesso modo di portare la testa eretta, le spalle nella postura o gli stessi occhi di Jamie. Passeggiano, da amici…E poi? Qui, lo ammetto, sono caduta dalla sedia, un po’ come John Grey, pure se lui è in piedi, Jamie ama talmente il bambino che per ottenere che Lord John dia al piccolo l’amore di un padre gli offre di giacere con lui. Meraviglioso Lord John (Non mi volete? Probabilmente vi vorrò fino al giorno in cui morirò) che non solo non accetta, avrebbe potuto e solo dopo avrebbe potuto dire a Jamie la verità, ma gli annuncia che si sposa con Isobel, (ho provato a Londra le mie capacità…Avete capito che cosa ha fatto, vero?) che baderà a Willie. E’ uno dei momenti di questa stagione che ho amato di più questo colloquio tra Jamie Fraser e Lord John Grey. Incantevole, indimenticabile. Lo avete letto l’amore di Lord John nel suo sguardo? Jamie lo vede, eppure non ne ha schifo. Anche se non lo approva, non lo capisce, ma sa che Lord John Grey è un uomo cui poter affidare un bambino così prezioso. Un’amicizia vera, solida. Il ragazzino entra nella camera di Mac, mentre lui sta per pregare. Nonna dice che solo i disgustosi papisti accendono candele davanti ad immagini pagane. Io sono un disgustoso papista ma quella non è un’immagine pagana. Quello è sant’Antonio, il santo patrono delle cose perdute. Io accendo una candela e prego per coloro che ho perso. Per chi preghi? Per mio fratello, si chiamava Willie, come te. Per mia sorella, il mio padrino. Per mia moglie. Non hai una moglie. Non più. Ma me la ricordo, sempre. La luce che disegna sul viso di Jamie i contorni, appena sbozzati, fa perdere di consistenza la fisicità, che è il legame che tutti ravvisano tra Jamie e Willie e, invece, acquista luce quello affettivo. Gustoso il discorso sui papisti, sulle mogli, il battesimo (Voglio essere anche io un disgustoso papista! Voglio essere come te!…Cioè come l’unico “padre” che ha mai avuto fino a quel momento) e il regalo, Jamie dona al figlio un serpente simile a quello che Willie aveva intagliato per lui, ci ha inciso il nome dietro (ricordate il quadro iniziale?) mentre Claire perde l’illusione, coltivata a lungo, con entusiasmo e amore, di trovare Jamie. Straziante quel togliere gli appunti dalla lavagna di sughero e altrettanto l’addio di Jamie al figlio, stretto tra i suoi nuovi genitori, Isobel e John. Isobel che abbraccia Jamie (Mi prenderò cura di vostro figlio) è di una dolcezza incredibile, Jamie sta piangendo, guarda appena un addolorato John. Non ci vogliono parole tra loro, hanno già chiarito e mentre Jamie sale a cavallo ecco che Bree porta dabbasso le valigie. Willie corre dietro al padre (Mac, please don’t go!) e Roger in poltrona guarda l’aereo con cui giocava da bambino. Le lacrime di Roger che si separa da Bree (mentre nel libro lei resta) sono quelle che lucidano di pianto gli occhi di Claire, che non può che arrendersi ad aver perso per sempre Jamie e che straziano noi mentre Jamie si allontana, piangente, dall’unico figlio che ha potuto amare. Un episodio che affonda abbondantemente nelle pieghe dell’inevitabilità di una perdita, che strazia, che separa, che ferisce e che ci porta alla consapevolezza che per ogni perdita c’è una parte di noi che non tornerà indietro. Non resta che tendere le mani verso il futuro, qualunque esso sia. Menzione d’onore per la canzone finale, splendida. Per i costumi, incantevoli, per le location, ho goduto immensamente, amando quel periodo. Lo sentite il vento che ci porta verso il futuro? Ha l’odore delle cose perdute e, in quelle, della speranza. Perché la ruota gira, sempre.

Recensione a cura di Cristina Barberis.

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One thought on “Recensione Outlander Episodio 304: Of Lost Things

  1. Federica il said:

    E ‘ un vero piacere leggere e condividere queste recensioni ! Bravissima ! Sono stata lettrice dei libri ( li ho letteralmente divorati ) e ora della serie TV davvero bellissima . Nonostante ciò è davvero un piacere leggere le tue recensioni ! Complimenti

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